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Ahiṃsā
2026 - Gennaio
N° 89Editoriale
Ahiṃsā è diventata, in Occidente, quasi un marchio di fabbrica per lo yoga. A livello popolare si dice che lo yoga è “non violento”. Una semplificazione che ci interroga. Siamo perciò molto grati a colleghe e colleghi che hanno dato i loro contributi su questo tema così importante, difficile, sentito.
Come è tradizione di Percorsi Yoga, apre il numero un articolo che introduce storicamente e culturalmente il principio cui dedichiamo il numero. Traendo spunto dalla propria tesi di laurea in filosofia (a suo tempo dedicata a Etica e ascesi nell’India classica: gli yama dello yoga e i loro antecedenti), Marta Belforte traccia il percorso di emersione e consolidamento dell’idea di non violenza nella società indiana attraverso la lettura di testi appartenenti a diverse tradizioni – brahmanica, jainista e buddhista – tra loro in dialogo, fino agli Yogasūtra.
A seguito dell’articolo di inquadramento storico abbiamo voluto posizionare subito il bell’articolo di Diana Petech su Thich Nhat Hanh, l’amato maestro di pace, che ha insegnato a coltivare la gentilezza amorevole in ogni momento del quotidiano. Diana, insegnante di meditazione, è stata la traduttrice di molti suoi libri e qui ci conduce per mano a ricordare la grandezza dell’insegnamento di Thầy.
Entrando nel vivo dello yoga alcune delle autrici, nostre colleghe, si sono confrontate con l’ampiezza semantica di ahiṃsā, che può mettere in difficoltà per quanto sembri rimandare a un ideale impossibile da mettere in pratica. Un ideale che si può prendere come punto di partenza ma che può sembrare irraggiungibile. È davvero così o si tratta di capirlo?
Lo sguardo di Antonella Profeta stabilisce un parallelo tra pratica del non nuocere e consapevolezza come risultato di una costante indagine su sé stessi e sulle proprie reazioni. Entriamo così nel dettaglio di un principio che non ha nulla a che vedere con un approccio passivo, di semplice obbedienza, ma invece implica una dedizione continua e una aderenza dell’essere al rifiuto di nuocere, secondo le proprie possibilità.
La riflessione di Sara Jane Giarmoleo e Patricia Meyer parte da una supposta naturale inclinazione verso hiṃsā, l’attitudine violenta, dell’essere umano e dalla necessità di contrastarla coltivando ahiṃsā, il suo contrario, accumulando buone abitudini, amore e rispetto, nel costante esercizio di mettere l’altro prima di sé, sviluppando e condividendo compassione. Ciò che dovremmo fare è attivare viveka, la capacità di discernimento, e con fiduciosa introspezione ergerci al di sopra degli istinti basici, spostandoci verso una condizione mentale più leggera e luminosa. Hanno quindi scelto di presentare una sequenza di hasta mudrā volta a incrementare il livello di coscienza. L’invito è di diventare noi stessi sorgente di luce, fino a trovare quella risonanza assoluta e inequivocabile che rende l’attitudine non violenta semplicemente, perfettamente naturale.
L’articolo di Carola Ripamonti porta a interrogarci su come ahiṃsā si traduca sul nostro modo di praticare, di insegnare, di relazionarci con noi stessi e con gli altri ogni giorno. È un invito a non ridurre ahiṃsā alla sola astensione dal male fisico ma a chiederci come questo principio possa guidare la pratica e la vita. Offre al lettore delle domande che aprono alla riflessione.
Non nuocere, non essere violenti, saper avere la pazienza dei tempi di crescita di ognuno è il tema fondante di due contributi che in qualche modo si affiancano nel loro messaggio, quello dedicato al prāṇāyāma di Stefania Redini e quello dedicato all’incontro tra yoga e osteopatia di Davide Marras.
Stefania Redini parte dalla sua lunga esperienza di pratica personale e di insegnamento, racconta le sue difficoltà passate e l’agio nella pratica che sente ora. Offre una visione, che si rifà all’insegnamento di Eric Baret oltre che alla sua esperienza, sulla modalità di insegnamento del prāṇāyāma. Ricorda che il respiro è quanto c’è di più intimo. L’intenzione grossolana di volerlo modificare, in una struttura corporea/mentale non ancora pronta, può facilmente consolidare la tensione interna anziché alleggerirla. Scrive: «Con l’esperienza di questi ultimi lustri, posso dire che il modo non violento per approcciare il respiro è liberarlo dall’idea di liberarsi. Allora il respiro può diventare pacificante. Perché in parte abbiamo abbassato le armi». Sottolinea il ruolo benefico di ujjāyī e kapālabhātī se eseguiti senza sforzo.
La stessa delicatezza di approccio è suggerita dall’osteopata Davide Marras: il compito dell’osteopata non è “curare”, ma creare le condizioni perché il corpo possa autoregolarsi con un processo gentile, non invasivo. Un trattamento osteopatico ben condotto non induce, ma propone, e chi pratica yoga si riconosce in questa logica: è la stessa che anima il principio di ahiṃsā.
Anche nel percorso yogico si propone, si guida, ma non si impone: il rispetto del ritmo individuale, dell’unicità di ogni corpo e storia personale, è ciò che rende davvero trasformativo un percorso.
La violenza non si esprime solo con gli umani e gli animali, è insita in un modo grossolano di relazionarsi all’ambiente, ad esempio nei tanti esempi di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Michaela Gamalero, nel contributo dedicato alla ecoattivista Vandana Shiva, porta ahiṃsā nel campo ambientale con il racconto di un loro incontro personale e dell’impegno di questa donna straordinaria a favore dell’agricoltura sostenibile e dei contadini in India e nel mondo.
Emina Cevro Vukovic in L’ecologia di ahiṃsā invita a valutare concretamente, tramite un facile test, quanto benevolo o violento è il proprio rapporto con l’ambiente. Ricorda l’ahiṃsā dei jainisti, che non è limitata agli esseri umani e agli animali, ma si estende anche alla foresta, al suolo, all’aria, ritenendo tutte queste realtà imbevute di prāṇa, energia vitale. In questa ottica osservare ahiṃsā ha dunque il potenziale di favorire il rispetto per il valore intrinseco dell’ambiente e si avvicina al pensiero della deep ecology. I jainisti affermano che il voto della non violenza è un cammino che conduce gli esseri umani a vivere in armonia con la natura coltivando l’amore, la compassione, l’empatia. Il punto critico, sottolineato dai janisti e dall’autrice, è che il comportamento personale non basta per poter vivere senza violenza verso il pianeta: serve un impegno collettivo, scientifico, politico.
Conclude la rivista l’articolo di Clara Barovero che esorta a interrogarsi su come noi insegnanti di yoga ci avviciniamo ai bambini nel trasmettere loro i principi dello yoga, «poiché i bambini ci respirano e imparano da quello che noi siamo, non da quello che diciamo». In modo semplice propone una interessante pratica per educare i bambini alla pace e alla non violenza attraverso un dialogo tra le mani.
Sommario
Non nuocere: dalle origini agli yama di Patañjali
Marta Belforte
Thich Nhat Hanh, Maestro di pace
Diana Petech
Non c’è ahimsā senza svādhyāya, non c’è svādhyāya senza ahimsā
Antonella Profeta
Semplice... come bere un bicchier d’acqua
Sarah Jane Giarmoleo e Patricia Meyer
Ahimsā: un modo di stare al mondo
Carola Ripamonti
I prānāyāma pacificanti
Stefania Redini
Ascolto e rispetto tra yoga e osteopatia
Davide Marras
Donne di pace: Vandana Shiva
Michaela Gamalero
Per un’ecologia di ahimsā
Emina Cevro Vukovic
La pace nelle mani dei bambini
Clara Barovero